venerdì 30 aprile 2010

Libertà. Solo una parola?

«Non parlare di libertà. Tutti sono bravi a parlare di libertà. Libertà di qua, libertà di là. Ci si riempiono la bocca. Ma che diavolo te ne fai della libertà? Se non hai una lira, un lavoro, hai tutta la libertà del mondo ma non sai cosa fartene. Parti. E dove vai? E come ci vai? I barboni sono i più liberi del mondo e muoiono congelati sulle panchine dei parchi. La libertà è una parola che serve solo a fottere la gente. Sai quanti stronzi sono morti per la libertà e nemmeno sapevano che cos’era? Sai chi sono gli unici ad averla? La gente che ha i soldi. Quelli sì…»

Mi ero ripromessa che non avrei utilizzato parolacce o comunque parole volgari qui sul blog ma a mo’ di scusa posso dire che non sono parole mie ma tratte dal libro Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti. D’accordo, ma ce le ho messe io sul blog, mica lui… Già, ma rendevano meglio. Io non ce le tolgo. Ci sono problemi peggiori, il fatto che ho scritto due parolacce di numero su un blog è il minore dei mali, io credo. Ormai i bambini ne conoscono più di me di queste parole…

giovedì 29 aprile 2010

istantanee (ma va’, è il nome del blog!)

-Lola, ma il tuo blog si chiama istantanee… perché pubblichi anche video musicali, vignette e quant’altro?

Be’, è molto semplice: perché nel blog pubblico tutto ciò che rende una giornata diversa da ogni altra, e per tutto intendo tutto. Se a cambiare una giornata è l’aver realizzato che si sta avvicinando l’estate, scrivo di averlo realizzato. Se a cambiarmi una giornata è lo star canticchiando una certa canzone, pubblico quella canzone, ecc.…

-Ma allora perché il tuo blog si chiama istantanee?

Perché suona bene, perché mi piacciono le istantanee ma soprattutto perché tutti gli altri nomi che avevo pensato non erano più disponibili.

-Perché ti fai domande da sola come se fosse un’altra persona a portele?

Perché è divertente, perché sono schizofrenica, perché di sì.

-Qualcuno ti ha mai realmente posto queste domande o hai fatto tutto da sola?

Be’, sarebbe carino se dicessi che qualcuno me l’abbia chiesto ma la realtà è che mi faccio tanti problemi quindi direi la seconda: ho fatto tutto da sola.

-Grazie per averci rilasciato questa intervista in esclusiva. Ma sei stramba, non credo che ci risentiremo mai. Addio.

pesce

lunedì 26 aprile 2010

E ora qualcosa di… Alternative

Solitamente sulla musica non ho pregiudizi ma solo giudizi: mi piace ascoltare ogni genere di musica. Non dico mai “non mi piace il metal”: prima lo ascolto e poi casomai dico che mi fa orrore. Ma non fa orrore: è solo un esempio. (Questo lo dovevo dire: ho amici metallari e se non specificavo me li sarei ritrovati a bussare alla mia porta con mazza ferrata alla mano. Sono permalosi.) Quindi quando dico che ascolto rock è perché la maggior parte della musica che mi piace appartiene al genere o ad uno dei numerosissimi sottogeneri. Ma non disdegno di ascoltare cose nuove, mi piace variare, mi piace conoscere nuovi generi ed avere una mente aperta. In questi giorni sto ascoltando dell’indie e alternative rock. E mi sta piacendo! È musica, per l’appunto, alternativa (caspita, Lola! ma come ti vengono mai certe illuminazioni?) e può non piacere. D’altronde questi sono solo i miei gusti che siete liberissimi di non condividere.

Questa canzone si chiama King Rat ed è cantata dai Modest Mouse. Ammetto di non sapere di cosa parli il testo ma anche se dovesse parlare delle unghie dei piedi di un troll del libro fantasy che il cantante ha letto all’età di dodici anni, be’… penso che mi piacerebbe lo stesso. Ormai sono legata a questa canzone e sarebbe difficile cambiare idea. Il video potrebbe risultare forse un po’ crudo ma ma vi assicuro che non è niente di inguardabile, parola mia*! Il regista è un attore che io adoro e che purtroppo ora non c’è più: Heath Ledger.

*Per parola mia intendo: parola di una ragazzina che non riesce nemmeno a guardare la locandina di un film horror, figuriamoci se vi rifilo un video splatter!

venerdì 23 aprile 2010

Niente è più ipnotico dello sguardo di un gatto.

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Questo gatto sarà morto da secoli. Già, sono questi i pensieri romantici che mi attraversano il cervello (malato, come già sapete) quando vedo foto di animali scattate vent’anni fa, in più era un randagio: è ancora più facile che si sia beccato una malattia o  che un’auto l’abbia preso sotto. Ma in realtà volevo scrivere un post allegro, solo che come al solito io penso una cosa e poi mi viene fuori l’opposto…

Ricominciamo da capo.

Vorrei diventare fotografa. Ma non per professione, solo per passione. Perché non per lavoro? Perché poi verrei chiamata a fare foto e filmini ai matrimoni di sconosciuti… sai che barba! Tutto il giorno a riprendere suocere che guardano in cagnesco il/la compagno/a di vita del/la proprio/a pargolo/a, cuginetti che si tirano i capelli, nonne sedute sulla sedia che fissano il vuoto con aria assente per ore, zitelle che fissano il testimone dello sposo credendo di parere provocanti, scapoli che cercano di abbordare la più carina tra le damigelle e poi le classiche foto di rito dove una famiglia di quaranta persone deve entrare in un’istantanea di 20x10 cm con sposi minuscoli al centro, donne ai lati e uomini accovacciati a terra (ho trovato una foto del genere in tutti i servizi dei matrimoni che abbia visto, non so voi!)… No no, meglio fare foto per diletto: una pianta rampicante dai colori vivaci che sale lungo un muro, un insetto su una foglia o meglio ancora cogliere lo sguardo di un gatto che magari sta studiando la sua preda, che osserva ciò che potrebbe rivelarsi un pericolo o che cerca di capire perché una pazzoide si è stesa per terra ad un metro da lui con un marchingegno sulla faccia (sarei io con la macchina fotografica…).

Questa foto è stata scattata da mio padre. Lo si capisce perché è venuta bene, ha una bella inquadratura, c’è un sapiente uso di profondità di campo (che sarebbe la fascia di “messa a fuoco” che risalta un soggetto sfocando ad esempio lo sfondo, in parole molto povere; in parole mendicanti) e perché è riuscito a regolare tutto questo in tempo per cogliere il gatto in una buona posa. Papà, insegnami.

giovedì 22 aprile 2010

Mare e deliri

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Si avvicina l’estate. No, non sono matta: lo so che siamo ad aprile ma io sono fatta così, inizio ad esaltarmi per qualcosa qualche mese prima e poi quando arriva l’evento ho perso tutto l’entusiasmo e quel giorno/periodo arriva e passa come niente fosse. Per esempio comincio a pensare al mio compleanno verso dicembre quando in realtà è a fine febbraio, poi arriva il “grande giorno” e non faccio nulla di importante per festeggiare perché ho esaurito il periodo di sorpresa, di estasi. Ma questo cosa c’entra? Assolutamente niente.
Dovete smetterla di farmi distrarre.

Quello che volevo dire è che sta arrivando l’estate pian pianino. Le maniche si accorciano, alle scarpe da ginnastica vengono sostituiti i mocassini, le coperte di lana spariscono lassù nell’armadio e la gente smette di lamentarsi per il freddo per cominciare a brontolare dal caldo. Sì, sta proprio arrivando l’estate. E con l’estate, per i più fortunati che non vengono rimandati a settembre, arrivano le vacanze. Da passare rigorosamente al mare. Non mi venite a parlare di montagne che vi lincio! Vedo le montagne ogni santo giorno dalle finestre di casa mia: andando a scuola la mattina saluto Heidi ma lei mi ignora perché è tutta presa dalle sue caprette… “Lola saluta Heidi e Heidi saluta le caprette… na na na…”

Devo farmi vedere da uno bravo.

Torniamo al benedetto punto iniziale prima che le mie sinapsi si sentano del tutto inutili e che tentino il suicidio di massa, rubando la scena ai lemming… Sta arrivando l’estate: questo punto l’abbiamo assodato.
Punto 2: arrivano le vacanze (=mare). E fin qui ci siamo.
Punto numero 3: non credo ci sia un punto numero 3, non so dove voglio andare a parare…

Devo decisamente farmi vedere da uno bravo.

Se siete arrivati a leggere fin qui senza pensare “Ora questa rimbecillita la uccido. E sarà una morte leeenta e dolorooosa. Oh, se lo sarà!” vi faccio i miei complimenti perché io inizierei realmente a farci un pensierino.

Per chiudere questo post in cui si nota chiaramente il mio delirio da bisogno di vacanza vi chiedo se vi piace la foto di corredo all’articolo. È una foto scattata anni fa, prima ancora che nascessi io, dal mio papà. Povero lui, non poteva certo immaginare che la sua figliola all’apparenza sana avrebbe poi aperto un blog dove avrebbe lasciato senza guinzaglio il suo cervello malato… E se invece lo immaginava già, be’… abbiamo capito come mai ha una figlia del genere.

mercoledì 21 aprile 2010

Musica. No, anzi: droga. No, era meglio musica… (VIII)

Questa volta, dopo Hotel California, ci occupiamo di una canzone meno conosciuta: Puff, the magic dragon di Peter, Paul and Mary. In questa canzone la relazione con la droga non è certa ma si entra nelle leggende metropolitane, quasi. Chi ha visto la commedia Ti presento i miei, con Robert De Niro e Ben Stiller, si ricorderà forse di una scena in cui i due attori sono in macchina e alla radio parte questa canzone, Ben Stiller allora afferma che parla di droga mentre Robert si chiede come faccia a saperlo. Ve lo ricordate? No? Non importa.

Fatto sta che ho cercato e vengono smentite relazioni questa canzone e la droga, ma non si sa mai… Ho cercato anche delle traduzioni ma sul web non ne esistono; in pratica parla dell’amicizia tra un ragazzino ed un drago, dopo un certo periodo però il ragazzino non va più a trovare Puff (se non ho capito male perché il ragazzino cresce e muore mentre i draghi sono immortali).

Cheese!

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Dovevo assolutamente postare questa immagine sul blog (istantanee, per chi non se ne fosse accorto…).
Cheese! Lola

martedì 20 aprile 2010

Smoker

Per la serie “vantiamoci di quel minimo di capacità che ho nel disegno” vi propongo un altro schizzo fatto su un blocchetto minuscolo nel quale, viste le dimensioni, i dettagli vanno a farsi friggere (ne è un esempio lampante il fatto che la mano sinistra è decisamente orripilante).

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Le pagine sono sottilissime e si vede una scritta che si trova sul foglio dietro… ma voi, come me, fingerete che questo non si noti.

lunedì 19 aprile 2010

On the road (J. Kerouac)

Dopo un po' arrivammo in un paese, rallentammo, e lo Smilzo del Montana disse: «Ah, ora di pisciare», ma quelli del Minnesota non si fermarono e attraversarono l'abitato direttamente. «Diavolo, devo scendere» disse lo Smilzo.
«Falla fuori da un lato» suggerì qualcuno.
«Be', farò così» disse lui, e lentamente, mentre stavamo tutti a guardare, si trascinò sul sedere, centimetro per centimetro, fino al di dietro della piattaforma, tenendosi meglio che poteva, finché le gambe non gli penzolarono in fuori. Qualcuno bussò al finestrino della cabina per richiamare l'attenzione dei due fratelli, i quali si voltarono, sfoggiando i loro larghi sorrisi. E proprio mentre lo Smilzo si accingeva ad eseguire, già instabile com'era, quelli cominciarono a zigzagare con l'autotreno a centodieci l'ora. Lui cadde all'indietro per un momento; vedemmo nell'aria uno zampillo come quello di una balena; lui si sforzò di rimettersi seduto. Quelli fecero sbandare l'autotreno. Bam! lui cadde giù su un fianco, orinandosi addosso. Potevamo sentirlo imprecare debolmente in mezzo al fracasso, come il lamento di un uomo lontano oltre le colline. «Maledizione...maledizione...» Non si accorse affatto che questo glielo facevamo apposta; stava semplicemente lottando, tenace come Giobbe. Quando ebbe finito, come Dio volle, era zuppo da strizzare, e ora gli toccò tornare piano piano al suo posto, tenendosi in equilibrio, con uno sguardo tutto vergognoso, mentre tutti, fuorché il triste ragazzo biondo, ridevano, e i due del Minnesota si sganasciavano nella cabina. Io gli porsi la bottiglia perché si consolasse.
«Che diavolo» disse «l'hanno fatto apposta?»
«Certo.»

domenica 18 aprile 2010

Perché gli aerei rimangono sospesi nell’aria?

Questa era la domanda posta da un bambino a Gianni Rodari ne Il libro dei perché a cui risponde oltre che scientificamente anche con questa piccola filastrocca:

L’aviatore vola in alto,
più su dell’aquila e del falco,
più su delle nubi e della tempesta,
dove il sole fa sempre festa.

In un albo di Linus però ho trovato una risposta ancora più poetica e che personalmente preferisco.

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